Cosa vedere a Ragusa Ibla

Ragusa Ibla una dama barocca!

Ragusa ha due anime: in alto Ragusa Superiore, il quartiere fondato dopo il terremoto del 1693, in basso Ragusa Ibla, il quartiere più antico della città. Le due Ragusa sono unite da una lunga scalinata che ripida scende verso Ibla. Gradino dopo gradino si incontrano semplici case barocche, palazzi riccamente decorati e chiese le cui cupole svettano oltre i tetti.

Ragusa è la destinazione perfetta per le vostre vacanze. La città barocca è Patrimonio dell’Umanità, il centro storico è punteggiato di magnifici monumenti, tra i più importanti l’antico portale di San Giorgio, l’affascinante chiesa di San Giuseppe, i palazzi Cosentini e La Rocca, la piazza e il Duomo di San Giorno e i magnifici panorami sulle vallate che delimitano il piccolo borgo ibleo!

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Montalbano a Ragusa

Ragusa Ibla l’avrete già vista centinaia di volte se siete fan della serie Il commissario Montalbano.

Già dalla sigla si riconosce il Duomo di San Giorgio, episodio dopo episodio Salvo Montalbano ha attraversato tante stradine del centro, ha risolto misteri tra i bellissimi palazzi di Ibla e gustato specialità tipiche nei ristoranti del borgo!

Andiamo alla scoperta dei luoghi di Montalbano a Ragusa.

Cosa vedere a Ragusa Ibla

La guida di Visit Vigata dedicata al quartiere di Ibla

Dal Giardino Ibleo a Piazza Pola

Poco lontano si estende il Giardino Ibleo (o Villa Comunale), un grande parco verde che si affaccia sulla valle dell’Irminio. A volere la villa sono stati i frati Cappuccini ma sono poche le fonti che raccontano la storia del giardino. Dai documenti, per lo più fonti orali raccolte tra anziani cittadini, si ricorda che la costruzione risale al 1858 e è da attribuire a tre facoltosi notabili e ai cittadini ragusani che offrirono la loro manodopera gratuitamente.

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Il giardino è il più antico di Ragusa, si estende per oltre 15 mila metri quadrati ed è caratterizzato dalla presenza di importanti piante mediterranee ma non mancano alcuni esemplari esotici come i cedri del Libano e l’albero del pepe. Il visitatore che entra dall’ingresso principale viene accolto dal viale delle palme, così chiamato perché fiancheggiato da cinquanta palme. Il perimetro del giardino è delimitato da un’elegante balconata che si affaccia su un bellissimo panorama. Arricchiscono il giardino anche alcune fontane, tra questa una ha la forma della Sicilia.

La parte più interna è più recente, il giardino, infatti, fu ampliato negli anni ’90 del Novecento. In questa grande area, dall’aspetto più moderno, è stata impiantata una pineta: il Boschetto della Rimembranza è costituito da grandi alberi che offrono ombra per poter godere della quiete del giardino. Un aspetto unico di questo parco è la componente architettonica, tra le piante infatti è possibile scorgere tre chiese: la chiesa di San Vincenzo Ferrari, la chiesa di San Giacomo e la chiesa dei Cappuccini.

Dove ora vediamo la chiesa di San Giacomo anticamente sorgeva un tempio dedicato alla dea della fecondità, Lucina. La datazione dell’attuale edificio si fa risalire al Trecento, inizialmente costruita a tre navate, dopo il terremoto rimane solo quella centrale. Il prospetto, a tre ordini, è stato restaurato ad inizio Novecento. Il portale centrale è fiancheggiato da colonne corinzie su cui poggia un timpano. L’altorilievo presente nel terzo ordine raffigura San Giorgio cavaliere ai lati, su una balaustra, sono poggiate le statue di San Giacomo e di San Giovanni Evangelista.

La chiesa San Vincenzo Ferreri è caratterizzata da uno campanile decorato con delle maioliche. La facciata è conclusa dalla cella campanaria. L’interno è molto ricco grazie agli undici altari e ai dipinti e alle tele che abbelliscono gli ambienti. Molto particolare è il soffitto ligneo decorato con motivi ornamentali e con finte architetture. La chiesa di Sant’Agata o dei Cappuccini è annessa al monastero al cui interno custodisce un magnifico chiostro. A guardarla dall’esterno si mostra molto semplice, nell’interno stupisce e affascina la grande pala d’altare di Pietro Novelli dove è dipinta l’Assunta con apostoli e angeli in posizione centrale, Sant’Agata in carcere e il martirio di Sant’Agnese ai lati.

Fuori dall’ingresso principale del giardino, a pochi passi si trova il Portale di San Giorgio. Resistito al terremoto del 1693, il portale in stile gotico-catalano ospita sulla lunetta i resti di un altorilievo con San Giorgio che uccide il drago. Il portale è l’unica parte superstite dell’antica chiesa.

Proseguendo per via XXV aprile tra palazzi nobiliari e negozi si arriva a piazza Pola. Sulla piazza si affacciano la chiesa di San Giuseppe e il palazzo comunale che ospita la Direzione Municipale di Ibla.

Nel 1756 le monache Benedettine dell’adiacente monastero fecero edificare la mirabile chiesa di San Giuseppe occupando parte dello spazio che prima del terremoto del 1693 era occupato dalla chiesa di San Tommaso. I lavori durano quarant’anni e nonostante non si conosca il progettista è possibile ricondurre il progetto all’architetto Rosario Gagliardi o qualcuno dei suoi collaboratori.

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Il prospetto si articola su tre ordini, il movimento convesso della facciata ricorda quella della vicina San Giorgio. Il primo ordine, scandito da quattro colonne, ospita il portale d’ingresso e quattro statue raffiguranti i Santi dell’ordine Benedettino: Santa Gertrude e Santa Scolastica. Ai lati del portone due piccole statue riproducono San Gregorio Magno e Sant’Agostino. L’ordine superiore riprende gli elementi architettonici di quello inferiore con due colonne che al loro centro ospitano un finestrone chiuso da una grata panciuta. Ai lati due grandi volute separano le colonne dalle statue di San Mauro e San Benedetto. Le colonne del secondo ordine reggono un timpano spezzato sopra il quale si trova la cella campanaria che ospita tre campane. Sulla più grande è raffigurato, in rilievo, San Giuseppe.

Ciò che colpisce dell’interno è la decorata pavimentazione: lastre di pietre nere e bianche dialogano con maioliche colorate per creare un pavimento molto particolare. La pianta è a forma ovale, sul vestibolo d’ingresso notiamo il coro grande che insieme agli otto coretti che si affacciano sulla navata e permettevano alle monache di seguire le funzioni religiose senza essere viste. Le grate dei cori sono state realizzate nel 1798 da un ebanista ragusano, Ippolito Cavalieri. L’affresco centrale della volta raffigura la Gloria di San Giuseppe con San Benedetto. Sia la volta che le pareti sono decorate con raffinati stucchi. Su un ovale dell’altare centrale è riprodotta la Sacra Famiglia. Il dipinto, opera del pittore Matteo Battaglia (1779), è anche conosciuto come la Madonna delle ciliegie perché raffigura la Madonna nell’atto di offrire a Gesù delle ciliegie.

Intorno a piazza Duomo

All’imbocco di via XXV aprile troviamo il celebre Circolo di conversazione. Voluto dai nobili ragusani come punto di ritrovo elegante e esclusivo, fu fatto costruire nel 1850.

Il prospetto in stile neoclassico si sviluppa su un piano e su di esso si aprono tre ingressi scanditi da paraste con capitelli dorici. Sopra le porte sono posti tre bassorilievi, nei due esterni sono scolpite delle sfingi alate, in quello centrale due donne che reggono un lampada.

In alto, sul cornicione, sopra la scritta Circolo di conversazione si trova una scultura: uno stemma con un’aquila, simbolo della città, decorato con dei festoni ed elementi floreali. Ai lati giacciono due leoni con sembianze umane e baffi. Gli ingressi del Circolo sono preceduti da una banchina usata per il passeggio dei nobili.

L’interno mantiene il gusto e gli arredi ottocenteschi: le pitture sul soffitto, il lampadario, i lunghi divani e le specchiere arredano le sette sale in cui si respira ancora l’atmosfera gattopardesca di un tempo. Alcune sale erano pensate per la lettura altre per il gioco, il giardino era deputato al relax. Gli affreschi sul soffitto sono opera del pittore ragusano Tino Del Campo che ha dipinto un’allegoria delle arti e delle scienze che sgombrano il cielo dalle nubi dell’ignoranza.

Dalla piccola piazza della Repubblica in pochi minuti, attraversando il dedalo di viuzze che tesse Ibla, si arriva al cuore del quartiere: piazza Duomo.

Passando da via Capitano Bocchieri, strada che corre sul fianco della chiesa di San Giorgio, incontriamo Palazzo La Rocca. La strada era la più importante dell’antico abitato di Ragusa ed era conosciuta con il nome di Ciancata, perché pavimentata con basole bianche chiamate cianche. Il Palazzo fu edificato nel 1975 rimodulando vecchie case della famiglia La Rocca. A rendere interessante ed elegante il prospetto sono i sette balconi sorretti da maestosi cagnoli in pietra pece in cui sono raffigurate figure antropomorfe. Favolose sculture che raffigurano un flautista, un suonatore di liuto, una popolana che stringe un bimbo e alcuni puttini. Dall’ingresso si può intravedere l’atrio con la grande scalinata a due rampe realizzata in pietra pece.

Superato il palazzo La Rocca percorrendo gli ultimi metri della Ciancata si arriva alla piazza centrale di Ibla. Circondata da palazzi barocchi la piazza prende il nome dal Duomo di San Giorgio che svetta alto sui cinquataquattro gradini che formano la scalinata che lo precede. La chiesa madre della città si trovava altrove, vicino l’attuale Giardino ibleo dove oggi rimane solo il portale dell’antica struttura quattrocentesca.

Con il terremoto del 1693 la chiesa venne fortemente danneggiata ma continuò ad ospitare le funzioni religiose. Solo a metà del Settecento si decise di ricostruire il duomo scegliendo una posizione più centrale rispetto all’abitato che lentamente stava riprendendo forma dopo il sisma. Nel luogo scelto esisteva già la chiesa di San Nicola che venne distrutta per far posto al nuovo edificio di culto. Il 28 giugno del 1739, come segnala un lapide sul lato destro della scalinata, fu posta la prima pietra ma i lavori cominciarono solo cinque anni dopo a causa delle resistenze fatte dai procuratori della chiesa di San Nicola che tentarono, invano, di scongiurarne la distruzione.

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Il progetto della nuova chiesa fu affidato a Rosario Gagliardi, architetto netino protagonista della ricostruzione barocca del Val di Noto. Il Duomo è probabilmente la sua opera migliore. Per sottolinearne l’imponenza fa costruire l’edificio su una grande scalinata e pone il prospetto in posizione obliqua rispetto alla piazza. Queste scelte rendono ancora più maestoso il prospetto e grazie al sapiente gioco di prospettiva la facciata non copre l’enorme cupola che può essere ammirata anche dalla piazza.

Il partito centrale del prospetto è leggermente convesso, questa caratteristica, insieme alle colonne libere, gli donano plasticità e un’armonica eleganza. Nel primo ordine si apre un grande portale ricco di fregi e di decorazioni, sulle porte lignee sono scolpiti sei riquadri che raccontano il martirio di San Giorgio. Nel secondo e terzo ordine due volute reggono due coppie di statue, in basso San Giorgio e San Giacomo, in alto San Pietro e San Paolo. La facciata a torre termina con una cuspide a bulbo posta sopra l’orologio. Sulla cuspide la data 1775 indica la fine dei lavori del prospetto che si conclusero con la posa delle campane.

La chiesa custodisce diverse tele dei più importanti pittori del settecento siciliano, un grande organo a canne e la statua di San Giorgio a cavallo che insieme alla cassa reliquiario vengono portate in processione durante la festa. L’interno, a croce latina, è diviso in tre navate da dieci imponenti pilastri. All’incrocio del transetto con la navata centrale si erge la cupola a doppia calotta retta da due due file di colonne. La cupola, progettata e costruita nel 1820, veniva erroneamente attribuita al capomastro ragusano Carmelo Cultraro che si sarebbe ispirato alla cupola del pantheon di Parigi. Recentemente però, a seguito di approfonditi studi, la paternità è stata attribuita all’architetto polacco Stefano Ittar. La cupola, di gusto neoclassico e dal caratteristico colore azzurrino, svetta alta sui tetti di Ibla. Dall’alto si gode di uno splendido panorama, allo stesso modo è essa stessa una perla all’interno del panorama barocco della città

Costruito sull’omonimo colle il complesso della Croce è un’interessate testimonianza dell’architettura Cinquecentesca. La chiesa e il convento infatti non sono stati distrutti dal terremoto del 1693 ma sono panorama.

Sulla piazza si affacciano favolosi palazzi. Tra i più interessanti c’è Palazzo Arezzo di Sanfilippo, un edificio risalente al 1500 ma che nei secoli ha subito numerose modifiche che ne hanno alterato l’aspetto originario. Nel Novecento, la parte centrale è stata completamente ricostruita aprendo una galleria in stile Liberty che mette in comunicazione la piazza con via Maria Paternò.

Pochi metri più giù il Palazzo Arezzo Veninata si apre su una piccola piazzetta dove zampilla una fontana. Il prospetto è abbellito con decorazioni floreali in stile Liberty, le ringhiere abbracciano una scalinata con gradini che si alzano ad anelli concentrici su una terrazza che conduce all’ingresso. Anche in questo caso la struttura risale a prima del terremoto del 1693 ma l’aspetto attuale risponde alle modifiche portate avanti nel corso dei secoli, l’ultima del secolo scorso.

Sul lato opposto Palazzo Maggiore e Palazzo Majorana hanno una storia simile ai due precedenti. Di proprietà della famiglia La Rocca Ingrassotta furono ceduti alla fine dell’Ottocento. L’attuale struttura risale al XX secolo quando furono ricostruiti e adattati allo stile degli altri edifici della piazza.

Quartiere degli Archi

La chiesa di Santa Maria dell’Itria è attaccata a Palazzo Cosentini straordinario esempio di barocco con i suoi decorati mensoloni e gli stravaganti mascheroni. Dirigendosi verso piazza della Repubblica si passa sotto i balconi di Palazzo della Cancelleria. Edificato dalla famiglia Nicastro alla fine del Settecento deve il suo nome agli uffici della cancelleria che ospitò un secolo dopo. Molto caratteristica è la tribuna retta da cinque grosse mensole dal gusto fortemente barocco.

Su piazza della Repubblica, nota anche come l’Archi per l’antico acquedotto che passava da lì, si affaccia la chiesa delle Anime Sante del Purgatorio. In cima ad una scalinata, circondata da una cancellata, domina il quartiere dalla metà del Seicento. Resistita al terremoto del 1693 fu comunque ricostruita nel Settecento per essere ingrandita, passando da due a tre navate. Al suo fianco si erge il campanile costruito nel XVIII secolo sui resti delle mura del castello bizantino di Ragusa.

Nascosta tra stretti vicoli la Chiesa della Madonna dell’Itria si fa notare per la sua elegante cupola azzurra della cui vista si può godere soprattutto dall’alto dei tornanti che da Ragusa portano verso Ibla. La cupola completa il campanile finemente decorato con maioliche di colorata ceramica di Caltagirone che raffigurano vasi floreali.

Le origini di questa chiesa sono molto antiche. Costruita intorno al 1300 dalla famiglia Chiaramonte, la chiesa si trovava centro del quartiere ebraico Cartellone e apparteneva all’Ordine dei Cavalieri di Malta, come dimostrano le croci ottagone sul portale d’ingresso. Alcuni resti di cornici che ornano la porta d’ingresso della cappella e un pilastro murato adiacente alla sacrestia rendono molto probabile l’ipotesi che sia stata costruita sulle rovine di una chiesa bizantina. Inizialmente intitolata a San Giuliano poiché collegata ad un ospedale per malati e viaggiatori, col tempo fu dedicata alla Madonna dell’Itria. Nella chiesa infatti veniva venerata un’immagine della Madonna dell’Itria (in greco Odygitria), il cui culto è molto antico e in Sicilia si diffuse in epoca bizantina.

Il terremoto del 1693 non la danneggiò particolarmente ma dopo il sisma la chiesa fu ampliata e rimaneggiata secondo il gusto barocco. La facciata, con i suoi tre portali decorati da motivi floreali, si affaccia su uno stretto vicolo. Sul fianco si sviluppa verso l’alto la torre campanaria. All’interno le tre navate sono rette da colonne adornate con capitelli corinzi. Le navate laterali ospitano cinque altari abbelliti da statue, colonne tortili e intagli realizzati dagli scultori della famiglia Cultraro. In fondo, l’altare del presbiterio custodisce la tela della Madonna dell’Itria. Nel pavimento sono visibili alcune lastre di pietra pece che coprono le tombe di normali cittadini, di nobili della famiglia Cosentini e di esponenti del clero.

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